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I GIORNI DELLA VISITA PASTORALE: i giovani della Collaborazione pastorale incontrano il Vescovo Claudio

  • 24 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

I giovani della Collaborazione pastorale incontrano il Vescovo Claudio


Venerdì 13 marzo, verso le 20, il salone del patronato della parrocchia di San Lorenzo ad Abano comincia lentamente a riempirsi. Sono i giovani adulti della Collaborazione pastorale di Abano-Tramonte che si ritrovano per una serata speciale: l’incontro con il vescovo Claudio.


La serata, in realtà, comincia molto prima. Già dalle 17 alcune volontarie e alcuni volontari della parrocchia sono all’opera in cucina per preparare la cena. Con cura e dedizione preparano il pasto per i giovani: sono presenze preziose che da anni sostengono con costanza le attività della pastorale giovanile.


La cena è abbondante e il clima caloroso. È un tempo semplice e prezioso: si chiacchiera, si condividono esperienze, ci si aggiorna sulle prossime attività e soprattutto si vive la gioia dello stare insieme, del ritrovarsi, di essere in relazione.


Dopo cena ci si sposta nel salone proiezioni. Per rompere il ghiaccio e conoscersi meglio, don Diego Cattelan, responsabile della pastorale giovanile, propone qualche domanda a cui rispondere alzando la mano: chi suona uno strumento, chi studia, chi lavora, chi pratica sport. Ma ciò che accomuna la maggior parte dei giovani si capisce quando si chiede chi svolga qualche servizio nella comunità: quasi tutti alzano la mano. Un segno concreto di quanto questi giovani siano già parte attiva della vita delle nostre parrocchie.


A questo punto inizia il momento centrale della serata: la condivisione in piccoli gruppi e il dialogo con il Vescovo Claudio, che risponde alle domande preparate al momento dai ragazzi.


Una delle prime domande, posta con un sorriso, è se sarebbe pronto a diventare Papa. Il Vescovo racconta con semplicità un curioso episodio: nel 2015 ha partecipato a un corso di formazione per i vescovi appena nominati e per dieci giorni è stato compagno di studi dell’attuale Vescovo di Roma Robert Prevost, Papa Leone XIV.


Ma presto il dialogo entra in temi più profondi.

Una domanda riguarda il rapporto tra fede e società: come vivere da cristiani nel mondo di oggi?


Il Vescovo osserva che i giovani che crescono nelle società occidentali spesso sono meno sostenuti nella fede rispetto ai giovani di altri contesti del mondo. Oggi, dice, il problema più grande è avere il coraggio di dire agli altri di essere cristiani. Non lo si è più “per tradizione”: sempre più spesso le persone non si sposano in chiesa, non battezzano i figli e, anche quando partecipano ad alcune celebrazioni, lo fanno come residuo culturale più che per scelta di fede.


Per questo, sottolinea, nel futuro sarà sempre più necessario scegliere di essere cristiani. Non lo si è automaticamente: lo si diventa attraverso una decisione personale e consapevole.


Ma come si può “brillare” come cristiani nel mondo di oggi?

La condivisione del Vescovo è semplice: cercando la verità e chiedendosi seriamente se la fede abbia davvero senso per la propria vita. Ognuno dovrebbe provare a darsi un obiettivo chiaro: io credo? E in che cosa credo? Essere capaci di dirlo anche agli altri diventa una vera confessione di fede, che aiuta prima di tutto a confermare ciò che si crede dentro di sé.


Il Vescovo invita poi i giovani a non avere paura delle grandi domande della vita. Anzi, a cercarle. Le domande più profonde, anche quando sono angoscianti, tirano fuori ciò che di più autentico abbiamo dentro. E nella vita, spiega, quando si trova una risposta spesso nascono nuove domande: è parte di un cammino continuo.


Un altro aspetto che diventerà sempre più importante è la dimensione comunitaria della fede. Per molti anni, racconta, la spiritualità è stata riassunta nel ritornello “io e Dio”. Oggi invece diventa sempre più chiaro che non si può vivere la fede da soli: siamo troppo deboli per farcela senza gli altri. Abbiamo bisogno di allearci, di camminare insieme.


Anche la liturgia, spiega, ha bisogno di questo clima di relazione. Le celebrazioni più coinvolgenti sono quelle in cui si percepisce una vera amicizia tra le persone. Non significa che tutti verranno in chiesa, ma quando si respira una liturgia vissuta come relazione e fraternità questo diventa un segno forte per la comunità.


Lo stesso vale per molte altre attività della vita parrocchiale. Le sagre, ricorda il Vescovo sorridendo rispondendo ad una ulteriore domanda, non fanno parte dei sette Sacramenti. Ma tante esperienze della vita comunitaria possono comunque aiutare a crescere, se sono vissute con la giusta motivazione: coltivare le relazioni e costruire comunità. Serve però attenzione: c’è sempre il rischio di contraddire con il nostro stile di vita ciò che vogliamo testimoniare. Avere uno stile coerente è fondamentale.


Un’altra domanda riguarda il rapporto tra spiritualità e vita quotidiana.

Il Vescovo invita a non separarle: la spiritualità non è un tempo diverso dalla vita di tutti i giorni. Offrire il proprio tempo, lavorare, vivere le relazioni, prendersi cura degli altri può diventare autentica spiritualità se vissuta secondo lo Spirito di Gesù. La sfida è proprio questa: non lasciarsi assorbire completamente dal lavoro o dalle attività dimenticando il senso cristiano di ciò che si vive.


Durante il dialogo emerge anche una domanda più personale: ci sono stati momenti della vita in cui il Vescovo ha sentito il bisogno di fermarsi?

Ricorda, ad esempio, quando celebrò i 25 anni di sacerdozio. Guardando indietro al cammino percorso si rese conto con gratitudine delle scelte fatte. Quando era giovane, prima di entrare in seminario, chiese consiglio a dodici persone. Tante lo incoraggiarono ma ricorda con un sorriso d'affetto del nonno che non lo vedeva adatto alla vita da prete. Ma decise comunque di fare quel passo e, col tempo, ha riconosciuto che quella strada lo aveva reso felice.


Parlando dei luoghi del cuore cita due monasteri: Camaldoli e Praglia, luoghi dove torna volentieri per trovare silenzio e raccoglimento.


Un’altra domanda riguarda il cambiamento della Chiesa che è troppo lento rispetto alla realtà che ci circonda. Il Vescovo risponde con chiarezza: la Chiesa siamo tutti noi. Preti e vescovi non sono la Chiesa. Se si vuole che la Chiesa cresca o cambi, è necessario mettersi personalmente in cammino e offrire il proprio servizio. Per molti secoli si è parlato di una “Chiesa docente” e di una “Chiesa discente”, ma il Concilio Vaticano II ha ricordato che al centro c’è Gesù e che tutti i cristiani camminano insieme attorno a Lui.


Per questo il Vescovo sottolinea con forza che tutti i cristiani sono chiamati a essere sacerdoti e profeti: vivere e annunciare il Vangelo nella vita quotidiana. I preti sono a servizio di questo cammino della comunità. Il cambiamento della Chiesa, conclude, arriverà proprio dalle comunità che si assumono questa responsabilità.


Si parla poi del senso del digiuno oggi. Non è solo una pratica alimentare: il vero digiuno è mettersi a disposizione del più debole, prendersi cura degli altri, vivere la carità.


Infine arriva una domanda sulle difficoltà della vita. Il Vescovo riconosce che ognuno vive le proprie crisi in modo diverso. Spesso, più che trovare parole giuste, è importante saper stare accanto alle persone. Anche le crisi, però, possono diventare un passaggio che aiuta a crescere e a fare un passo in avanti.


A questo proposito racconta un episodio molto doloroso e toccante della sua vita: quando era sacerdote da dieci anni, durante un campo estivo morì un ragazzo. Fu un momento di domande profondissime: dov’è Dio? perché succedono queste cose? In quel periodo lasciò alcune responsabilità parrocchiali e diventò direttore della Caritas. All’inizio era pieno di dubbi e faticava perfino a pregare.


Ma proprio lì, nell’incontro con i più poveri, ritrovò lentamente la forza di andare avanti. Celebrare la messa nei luoghi dello scarto, stare accanto alle persone in difficoltà, ricevere il loro affetto: tutto questo lo ha aiutato a ritrovare il senso del suo cammino.


E conclude con la testimonianza significativa dell'amicizia con un senza dimora. Il servizio agli altri lo ha aiutato a diventare davvero cristiano.


La serata si conclude con gratitudine e con la foto di gruppo. La sensazione è di aver vissuto un incontro autentico in un clima e in un ambiente parrocchiale dove Don Claudio sembra riuscire a dare con dolcezza il meglio di sé: una conversazione sincera tra un vescovo e dei giovani che cercano, con domande vere in un mondo di trasformazioni radicali, il senso della loro fede e della loro vita.




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